domenica 3 luglio 2011

Rilascio un pezzo che ho scritto due-tre mesi fa. Risulterà anacronistico e senza titolo, ma a chi importa davvero?

In questa sorta di Truman Show ridicolo e nauseante che si percepisce financo sotto anestesia generale è diventato impossibile trovare qualcosa di cui parlare seriamente. Eppure di argomenti ce ne sarebbero: nucleare, nord-africa, sbarchi, processo breve, e così via. Tutti argomenti serissimi, ma di cui fotte sega a nessuno. Questa cosa l'ho capita dopo 3 settimane di reclusione forzata in 2 ospedali diversi. Ho notato che comunque la gente non ti dice un onesto “non me ne frega”, ma finge di masticare qualsiasi argomento gli capiti a tiro biascicando cazzate. Non solo, ma spesso introduce l'argomento a piacere di propria sponte facendosi lustro della propria fottuta opinione del cazzo basata sul nulla. L'estrema insipienza con la quale si passa dalle fucilazioni preventive dei migranti che arrivano a Lampedusa come deterrente intimidatorio agli sbarchi (che oltre che essere una schifezza umanamente, come cosa non sarebbe comunque possibile perché esistono delle convenzioni internazionali), alle elucubrazioni sul nucleare e sull'impossibilità di combattere contro la decisione del governo di riproporlo (quando basta semplicemente andare a votare SI al referendum), ti farebbe venir voglia di mandare a fare in culo chi ti parla, ma l'educazione te lo impedisce. Allora mestamente provi ad aggiungere qualche elemento oggettivo alla discussione (come quelli fra parentesi prima) che ovviamente non viene minimamente preso in considerazione dall'interlocutore, il quale ribatterà borbottando qualche argomentazione del cazzo tratta dalla mentalità comune dovuta a troppo tempo passato a vivere a carponi. Quand'è che è diventato fuori moda dire “non lo so”? E soprattutto quand'è che è diventato carismatico affrontare le problematiche più serie con un “fuori dalle balle”? Bossi è talmente spregevole che mi aspetto che la prossima volta risponda con una scoreggia alla domanda “cosa ne pensa del cancro al colon?”. E mentre lo intervistano per Telethon! Semplicemente è diventato troppo difficile tenere conto di tutte le minchiate che accadono, tipo Giuliano Ferrara che fa propaganda dopo la propaganda di regime del TG1, con una trasmissione intitolata “Radio Londra”. Sono tempi in cui anche Marzullo potrebbe diventare un idolo per la sinistra.

venerdì 18 febbraio 2011

L'osteria dell'economia.

La prima cosa che viene insegnata ad ogni studente di economia nelle università occidentali è che il proprio futuro lavoro consisterà nel pensare alla maniera migliore di allocare le risorse scarse presenti nel pianeta. Mano a mano che si prosegue con gli studi ci si accorge, però, di quanto la realtà si presenti ben lontana da quell'obiettivo dichiarato. Si notano disparità e disuguaglianza ovunque, sprechi da una parte e mancanza financo dei beni di prima necessità dall'altra, e , soprattutto irrazionalità nelle scelte prese da individui e governi. Gli assunti dell'economia classica sembrano non essere confermati dalla realtà empirica. I modelli economici appaiono il più delle volte un tentativo di descrivere verosimilmente la realtà, piuttosto che invece la volontà di ricercare una sorta di "noumeno" che disveli le origini delle organizzazioni socio-economiche attraverso le quali l'umanità vive in società. Il mestiere dell'economista, tutt'ora, (almeno nell'immaginario popolare) pare consista nella ricerca spasmodica dell'utile e del profitto. La crescita economica (del PIL) come fine ultimo a cui devono essere devoluti tutti gli sforzi di un governo. Questa rimane ancora oggi la scuola di pensiero dominante. Ciò non è però sempre vero. Ad esempio in Francia, qualcosa si sta muovendo. Alcuni economisti stanno ricercando metodiche alternative per misurare il benessere complessivo di una nazione, diverse da quelle tradizionali.
Qui, però bisogna fare un appunto. Intendiamoci, la crescita economica non è il male assoluto (anche se esiste una scuola di pensiero che sostiene anche questo) , semplicemente non può fungere da unico parametro per la misurazione del benessere di una nazione.
Basta pensare, ad esempio, che se la crescita dello stock complessivo di ricchezza tange solo il 10% della popolazione più ricca, tale crescita avrà solamente effetti indiretti (spillover) e di difficile quantificazione nel restante 90% della popolazione. Oppure si può pensare al caso in cui la crescita sia fondata sul consumo selvaggio delle risorse non rinnovabili del pianeta, o ancora quando la crescita di un'economia ha come effetto la deturpazione e l'inquinamento dell'ambiente. I cosiddetti costi sociali di tale tipo di crescita ricadono sulle future generazioni, in termini di minori risorse disponibili e un ambiente più inquinato ed "antropologizzato". Per non parlare poi di commerci come quelli fondati sull'industria pesante e le droghe, sia quelli legali che quelli illegali (l'economia sommersa). E ancora la speculazione di un certo tipo di alta finanza, il cui unico business è quello di produrre denaro dal denaro, talvolta senza conseguenze, altre volte generando depressioni economiche che mettono in ginocchio interi stati.
Insomma, la favoletta che se ognuno gestisce bene i propri affari non fa solamente i propri interessi ma anche quelli dell'intera collettività, è risultata prevedibilmente essere una "pia illusione". Il fallimento di tale tipo di economia è sotto gli occhi di tutti. E' tempo di ripensare gli obiettivi che come individui e collettività dobbiamo perseguire. Magari senza nemmeno fare eccessivi sforzi di fantasia. Basta ricordare cosa dice l'art.41 della nostra Costituzione:
<<L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità; sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.>>

lunedì 14 febbraio 2011

Carta igienica.

Oggi, casualmente, mi è capitato di dare uno sguardo al sito online del quotidiano berlusconiano "il Giornale". Prima di iniziare a raccontare di cosa vi ho trovato, e letto, è il caso di avvertirvi che a causa dei contenuti ad alto tasso pornografico (pornografia intellettuale) e violento (stupro mentale) è il caso di sconsigliarne la lettura agli ingenui.
Dunque. Apro il sito. Nella prima pagina del quotidiano online campeggia a caratteri cubitali la scritta "VERGOGNA QUELLA PIAZZA", dichiarazione pronunciata da Berlusconi a Mattino 5 (dove abitualmente concedono ampi spazi di tempo ai suoi interminabili flussi di coscienza). Una dichiarazione ridicola quanto puerile, che non dovrebbe rimanere impunita in un paese che si dice democratico e civile. Chiamare una piazza vergognosa, per il semplice motivo che esprime un'opinione contraria a quella della maggioranza in Parlamento, invece non smuove più nessun tipo di sentimento di indignazione. E' routine. Passa tutto in cavalleria.
Comunque continuo a leggere. Ed eccoli al nuovo disperato tentativo di buttare fango a pioggia col solito paradigma del son tutti uguali. Arriva il dossier anche su Nichi Vendola, con tanto di foto nella quale avrebbe il torto di comparire nudo e in pubblico, per giunta, in occasione di una manifestazione contro la DC di trent'anni fa. Il tentativo è quello di comparare la "morigeratezza" del Presidente del Consiglio a quella del Governatore della Puglia, quando lo capirebbe chiunque tranne il lettore medio de "il Giornale" che le due situazioni non stanno minimamente sullo stesso piano (ma nemmeno nello stesso condominio).
E poi arriva la prova schiacciante che ad Arcore non si sono mai tenuti festini erotici. La prova è rappresentata dalle dichiarazioni rilasciate dalla stessa Ruby pubblicate da il Giornale (sarà arrivata la seconda rata dei 5 milioni di euro promessi?) dove la ragazza afferma che in un centro massaggi nel quale avrebbe lavorato, disse di no ai giochini erotici che gli erano stati proposti, riaffermando di non essere una escort. Alla dichiarazione si accompagna una foto nella quale Ruby fa un chiaro cenno di "no" con la mano. Quindi sta dicendo la verità. E' palese.

Non può mancare, ovviamente, l'attacco all'ex fedelissimo alleato del premier, Gianfranco Fini, col titolone "Fini re dei furbetti: per paura si fa acclamare. Nel Fli è rissa sulle poltrone: nessuno comanda". Della serie, ho riassunto l'intero contenuto dell'articolo nel titolo, tanto chi ci legge ha il cervello di un dodicenne, e molto probabilmente leggerà solo quello.
Infine, vera ciliegina sulla torta, abbiamo il sempreverde richiamo all'innocenza dell'infanzia, stuprata dall'indottrinamento barbarico perpetrato dalle mamme della piazza rossa. Bambini innocenti il cui animo é stato calpestato e venduto a Satana da qualche parolaccia di troppo e dall'odio che la folla esprimeva verso quel sant'uomo del Presidente del Consiglio. Ogni volta che leggo idiozie di tal portata mi viene in mente la moglie del reverendo Lovejoy che nei Simpson, in qualsiasi dibattito di tipo pubblico, interviene strillando "Pensate ai bambini!!!!". Anche i bambini capiscono che le argomentazioni della Braghieri (chiunque ella sia) sono le solite puttanate per turlupinare le persone con forti deficit mentali.
In conclusione. Alla fine di questa schifosissima immersione nel letame mi viene in mente un'immagine. Pensate al lettore medio berlusconiano, che quella volta al mese che prende in mano un quotidiano, legge questa roba qua, e tutto tronfio gli si insinua il pensiero "oggi mi sono informato". Non provate nemmeno un po' di pena!?

martedì 26 ottobre 2010

L’AVVOCATO DEL DIAVOLO

Schierarsi dalla parte del “padrone” di certo non porta né consenso né popolarità, e questo lo sanno perfino quelle ferraglie arrugginite del partito democratico. Tant’è che dopo la dichiarazione di Sergio Marchionne a “Che tempo che fa”, che tutti i giornali hanno riportato come -Senza l’Italia la Fiat farebbe meglio-, si è formato un unico coro d’indignati da sinistra a destra. Rimproveri di poco nazionalismo (Fini), processi alle intenzioni (Bersani), ha ragione ma non condividiamo i modi (Casini), e così via. Le testate giornalistiche sono andate a ruota. A parte Confindustria nessuno si è schierato apertamente con Marchionne. Assumere le stesse posizioni di Confindustria è un compito difficile, ma a questo giro bisogna caricarsene. Un vero giornalista non dovrebbe andare a sentimento popolare, ma ha il dovere di raccontare i fatti come stanno. Le cose dette dall’amministratore delegato della Fiat sono vere o no? Fin’ora non è giunta nessuna smentita “tecnica” (per così dire) forte, e anche a giudicare dalle dichiarazioni rilasciate dai nostri politici sembrerebbe che la critica si focalizzi sui modi e le intenzioni piuttosto che sui contenuti di quanto detto da Marchionne. L’industria italiana dell’auto parrebbe, non solo non reggere la concorrenza dei paesi emergenti quali quelli dell’Europa dell’Est(Polonia, Serbia) e la Cina, ma parrebbe, inoltre, non stare nemmeno al passo della Germania e della Francia. Bersani, che tra le righe fa intendere che il problema esiste eccome, parla di nuovo patto sociale e soprattutto dice una cosa che veramente, a parer mio, inquadra ciò che dovrebbe rappresentare una sinistra aggiornata alla versione ventunesimo secolo:-Quale modello per fare le auto abbiamo in testa? La Cina e la Serbia o la Germania e la Francia? Ci vogliono regole universali sul lavoro, altrimenti diventiamo cinesi anche noi. Dobbiamo avere in testa l'Europa-. Una dichiarazione che si oppone chiaramente allo smantellamento dei diritti del lavoratore ma che riconosce il fatto che in Italia ci sia un mondo del lavoro da riformare e da rendere più elastico e produttivo, ovviamente tralasciando i risvolti di politica extranazionale contenuti nel discorso di Bersani. Parole che, peraltro, non sono in aperta contraddizione con quanto detto da Marchionne all’interno del salotto di Che tempo che fa, il quale si è detto disposto a fare investimenti per un quantitativo di 20 mld di euro e alzare gli stipendi dei lavoratori allo standard dei paesi leader in Europa, a patto che, però, aumenti la produttività degli stabilimenti italiani. Che poi, quello che alla fine Marchionne si propone di fare è semplicemente di mettere in pratica una delle più banali regole dell’economia, ovvero il fatto che il salario debba essere agganciato alla produttività marginale del lavoro e quindi al valore aggiunto che ogni lavoratore contribuisce a creare per l’azienda. Il muso contro muso non aiuta nessuno e spaventa i mercati. Se avessimo un ministro dello sviluppo economico serio e che ne capisse qualcosa di economia farebbe sedere tutte le parti in causa attorno a un tavolo e si troverebbe una soluzione alla controversia, possibilmente la migliore possibile. Bisogna capire che al di là della tremenda ingiustizia rappresentata dal divario mostruosamente ampio di reddito tra Marchionne ed un operaio italiano della Fiat, entrambi fanno parte della stessa azienda e che la lotta intestina non fa bene né all’uno né all’altro. Non che il diritto di protesta non sia sacrosanto, ma la politica, se fosse fatta di persone responsabili, dovrebbe comporre le spaccature piuttosto che accentuarle (e anche qui prendo in prestito una frase di Bersani), e arrivare ad una soluzione efficace il più velocemente possibile. Ancora una volta tutta questa vicenda dimostra la terribile inadeguatezza e la devastante incompetenza di chi ci governa, le stesse persone che, a due anni dalla manifestazione irruenta della crisi, non hanno ancora un’idea di come uscirne. Nessuna politica per il lavoro, nessuna politica di incentivo agli investimenti, nessuna politica per la crescita, nessuna riforma strutturale, solo tagli alla Ricerca e all’Università, cosa che ammazza la crescita di lungo periodo, e solo tagli che, più in generale, servono unicamente da tampone temporaneo contro l’avidità di denaro degli speculatori finanziari. Tagli che tuttavia, nel medio periodo rischiano di rivelarsi inutili a causa di una ripresa della crescita troppo lenta. Non è solo l’industria dell’auto a non essere produttiva in questo paese, lo è soprattutto la politica.

venerdì 17 settembre 2010

CHI SIAMO?

Anni fa Nanni Moretti gridava da un palco –“Con questi dirigenti non vinceremo mai!”-. Difficile dargli torto visto su cosa si stanno malmenando Bersani e Veltroni in questi ultimi giorni. A proposito su cosa? Non si capisce. Forse su una diversa concezione del PD, ammesso che sia Veltroni che D’Alema, nella persona di Bersani, ne abbiano una, e che il PD sia qualcosa di tangibile dai nostri cinque sensi. In pratica si scannano sul diverso modo d’intendere il nulla. Ma niente paura, loro sanno come riconquistare gli elettori perduti. Intanto la maggioranza si sfalda e questi personaggi di qui sopra, anziché ricompattarsi per dargli il colpo finale, giocano a darsi pugni sul costato a vicenda, in una competizione masochista a chi resiste di più. A dirla così sembrerebbe che Nanni Moretti e Renzi, che di recente ha ribadito quel vecchio concetto, abbiano ragione. Ma invece no. La verità è semplicemente che il PD è lo specchio della sinistra. Delle persone di sinistra. Degli inguaribili cagacazzo a cui non va mai bene nulla che si scannano su questioni che la maggior parte delle volte sfuggono all’intelletto umano con un IQ nella norma. Poi, hai voglia di ribadire cose come “a sinistra c’è democrazia”, “a sinistra si discute perché ognuno ha una coscienza critica, e si fa la sua opinione” se poi al momento di prendere una decisione c’è sempre qualcuno in disaccordo che minaccia la scissione. Dobbiamo smetterla di accapigliarci su ogni questione, convogliare a sinistra tutte le forze politiche responsabili e che abbiano gli stessi valori comuni e, soprattutto, saper inghiottire il rospo quando qualche volta non condividiamo una singola decisione. Se non capiamo questo continueremo per decenni a farci governare da persone ignoranti e pericolose come Bossi o disoneste e senza scrupoli come Berlusconi. A voi la scelta.